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Anni 30 – Non un decennio, ma una generazione


16 Oct

Anni 30 nel sound, 30 anni nella semantica.

Questo brano riprende musicalmente il Delta Blues dei ’30.  In quegli anni, da rurale il blues  stava per diventare urbano e i vocalizzi melodici si fanno da parte per dare spazio alle parole ritmate, che con gli anni, andranno a finire nel RAP, altro genere di denuncia sociale ed emarginazione.

Proprio questa radice musicale, mi è sembrato particolarmente adatto l’accostamento della musica al testo.  Nel brano, in ogni strofa un trentenne si descrive, in un modo che sta a metà tra una scheda segnaletica e una biografia.

Non aggiungo altro. Buon ascolto.

(per ascoltare clicca qui)

Una semi-serenata


01 Jul

Dicevano i latini:

Excusatio non petita, accusatio manifesta

Uso questa locuzione per anticiparvi che so che il brano che sto per raccontarvi è “poco impegnato” per usare un eufemismo.

Tuttavia ho voluto pubblicarlo, in quanto mi è sembrato un brano simpatico, non tanto per la storia che racconta, ma per quella che non racconta. A volte le canzoni raccontano più di una storia, una è più o meno esplicita nelle parole del brano, altre sono di contorno e spesso non sono meno importanti. Ad esempio il contesto storico di un brano, il fatto che sia dedicato a qualcuno in un particolare momento, la fonte di ispirazione ecc.
La storia celata di questo brano, riguarda la sua nascita.

Semi serenata

Era una domenica mattina (credo) di un paio di anni fa. Piero, un mio Amico, mi venne a trovare a casa raccontandomi di aver conosciuto una ragazza di cui si era invaghito. Tra i particolari del suo racconto, mi narrò del regalo che le aveva fatto: una pianta. Era rimasto perplesso dalla discussione col fioraio. Nel momento di pagare, chiese al fioraio se fosse una pianta grassa, in quanto la destinataria del regalo aveva scarso pollice verde o poca voglia di innaffiarla. Il fioraio, lo liquidò con un:

“ehm… si… è una pianta semi-grassa”

Ragionammo sul prefisso “semi”, che si può affibbiare a qualunque cosa per dire tutto e il contrario di tutto. E’ un po’ come se gli avesse detto che era una pianta “diversamente grassa”.

A questo punto, mi convinse (o costrinse :) ) a scrivere insieme una canzone “spiritosa” per potere conquistare la ragazza.
Devo ammettere che l’approccio è stato frettoloso/bislacco, tuttavia ho trovato il risultato simpatico, per entrambe le storie che racconta, e poi, per autocitarmi:

Bisogna prendersi poco sul serio per non sembrare ridicoli

Così decisi di inciderla, e insieme al mio amico Marco, che oltre a occuparsi dell’aspetto tecnico audio, ha suonato basso e percussioni. La sessione di incisione è stata lunga a causa dei suoi e miei molteplici impegni, ma questo è il risultato.

Buon ascolto.

PS: Quando abbiamo finito di eseguirla, si è definita: semi commossa :)

 

Parliamo di effetti per chitarra


01 Jun

Prendendo spunto da un amico che mi ha chiesto delle foto di una pedaliera che ho realizzato, illustro il mio set di effetti.

In passato preferivo (anche per questioni di costi e versatilità) effetti digitali, infatti ho avuto uno zoom 505, che ha avuto la sua gloriosa carriera. Poi grazie a Giuseppe Orlando, dal quale ho imparato tanto su suoni e liuteria, ho riscoperto l’analogico.

Comprando e rivendendo su ebay vari effetti, nel corso degli anni ho trovato il mio sound.

Pedaliera Esterno

Iniziamo con una rapida sintesi della catena di effetti e del perché ho scelto questa successione.

Come primo effetto che modifica il suono proveniente dalla chitarra, conviene mettere gli effetti di dinamica, perciò ho messo il WHA. A seguire ho inserito due Distorsori che arricchiscono di armoniche il suono. Subito dopo i modulatori (Chorus e Flanger) per modulare il suono ottenuto sinora. Infine un Delay per aggiungere eco e spazialità ai suoni.  Come reverbero uso quello degli amplificatori: un Carvin XV 212 100 Watt (reverbero a molla) a Valvole e un Fender Princeton 65 Watt a transistor.

Ma veniamo ai dettagli.

Nella foto seguente, in alto a sinistra vedete l’alimentatore a 2 Ampere opera di Giuseppe Orlando citato prima. Il fusibile è smontabile facilmente e i due ampere bastano alimentare per gli effetti di 5 chitarristi  esigenti in contemporanea :)

Come detto prima, iniziamo (da destra a sinistra) con il WHA. Si tratta di un Behringer HB01. Che dire? Si tratta di un Behringer, in sintesi ottima elettronica ma materiali di scarsa qualità. La ragione di questa scelta è che il Wha è bello ma si usa raramente e non vale la pena di spendere 200€.

Pedaliera Interno

Segue il mitico Boss Metal Zone MT-2, questo pedalino che ha fatto la storia dei gruppi metal da garage è in grado di offrire una distorsione vivace ma satura in stile Iron Maiden o estremamente cattiva in stile Pantera passando per i Metallica. Anche questo effetto non lo uso granché, solo quando ho qualche cenno di nostalgia per l’età adolescenziale o la prima giovinezza, quando suonavo quel genere.

Il secondo effetto di distorsione è l’Overdrive-Distortion OS-2, sempre della Boss. Versatilissimo, oltre ai controlli di volume, tono, saturazione (gain), ha una quarta manopola che è la sua caratteristica principale. Quando la quarta manopola è al minimo il suono è overdrive, all’opposto estremo invece fa da distorsore, permettendo di miscelare i due suoni. E’ un effetto da rock blues che permette di avere sonorità interessanti.

Il primo dei due modulatori è un Boss Super Chorus CH-1. Un chorus di buona qualità niente da dire, il prodotto è già piuttosto noto e fa il suo dovere.

Il flanger è un Ibanez Fl 15, soddisfacente nel suono ma un po’ difettoso nello switching. Ma del resto, anche questo non è che lo usi frequentemente, a volte ci vuole ma se si esagera si fanno delle pacchianate sonore.

Dulcis in fundo, il delay: un Boss Digital Delay DD-3. Forse un po’ datato, ma non so cosa si possa volere di più. Crea degli echi che vanno da una profondità feedback quasi impercettibile (da raddoppio) fino a delay lunghissimi per fare soli alla Brian May. Inoltre per brevi leaks fa anche da campionatore.

In conclusione, è la prima volta che tratto un argomento così specifico in questo blog, che sta prendendo una forma sempre più eclettica. Ma devo dire che non mi dispiace, alla fine mi diverto e questo è l’importante. A chi legge faccio una di quelle promesse che prima o poi manterrò… Farò un video con il demo degli effetti.. un giorno… prima della pensione.. giuro!

 

Canzoni che avrei voluto scrivere: ‘A finestra’


27 Feb

Devo dire che Carmen Consoli non è una tra le mie cantanti preferite, ne riconosco il valore e alcune cose mi piacciono.

Tuttavia ho subito un (piacevole ma) forzato ascolto negli anni in cui ho vissuto a Catania, per sciovinismo dei miei amici e musicisti :)

Ma venendo alla canzone, la trovo davvero un capolavoro. Quando si scrive un brano, credo che la difficoltà sia nella sintesi, nella musicalità e nel riuscire ad evocare quello che vorremmo rappresentare. Alcune di queste cose ovviamente sono soggettive, ma vivendo quei luoghi e respirando quel folklore, all’ascolto sono stato pervaso dai ricordi e dall’atmosfera, quindi credo di aver colto molto di quello che la Cantantessa ha voluto rappresentare.

La musica è puro folk con la contaminazione mediorientale del vocalizzo arabbegiante. Ma quello che rende speciale la canzone è il testo che andremo a leggere, tradurre e commentare:

Sugnu sempri alla finestra e viru genti ca furria pà strada
Genti bedda, laria, allegra, mutriusa e siddiata
Genti arripudduta cu li gigghia isati e a vucca stritta
“Turi ho vogghia di quaccosa, un passabocca, un lemonsoda”
Iddu ci arrispunni: “Giusy, quannu ti chiamavi Giuseppina,
eri licca pà broscia cà granita”
“Turi tu n’ha fattu strada e ora che sei grosso imprenditori
t’ha ‘nsignari a classi ‘ntò parrari”

Sono sempre alla finestra e vedo gente che gira per la strada,
gente bella, brutta, allegra, arrabbiata, seccata
gente “(ben)riuscita” con le ciglia alzate e la bocca stretta:
« Turi ho voglia di qualcosa, un passabocca, una Lemonsoda »
Lui le risponde: ” ‘Giusy’, quando ti chiamavi Giuseppina,
ti piaceva la brioche con la granita!”
“Turi, tu ne hai fatta di strada, e ora che sei un grosso imprenditore
devi imparare a parlare con classe”

In questa prima strofa i passi notevoli sono la descrizione della gente, sopratutto a cigghia isata e a vucca stritta, rende l’idea degli anziani bisbetici che logori di una vita di sacrifici, disapprovano i tempi attuali e “i giovani”.

L’altra figura è la coppia costituita dall’imprenditore arricchito e la sua compagna (presumibilmente moglie). Lui, lavoratore,  è rimasto piuttosto semplice, a lei il benessere ha dato alla testa e ‘ordina’ lui di insegnarsi (imperativo di qualcosa che non si impara, ma ci si auto-impone) a parlare con ‘classe’ come lei, e abbandonare le abitudini tradizionali (brioscia e granita) in favore di altre più ‘esotiche’ e meno provinciali (sorbetto e lemonsoda). Anche i nomi dei personaggi non sono casuali, come lei stessa dice in una presentazione del brano, ‘Giusy con la y’ sta con ‘Turi senza y’. Giusy cioè, rinuncia al suo nome tradzionale Giuseppina in favore di un diminuitivo (anche piuttosto diffuso) che inserisca la ‘y’. Un po’ come Cesy Phantoni, il personaggio della canzone Cesira Fantoni di Guccini.

Sugnu sempre alla finestra e viru genti spacinnata,
sduvacata ‘nte panchini di la piazza, stuta e adduma a sigaretta,
gente ca s’ancontra e dici “ciao” cu na taliata,
genti ca s’allasca, genti ca s’abbrazza e poi si vasa,
genti ca sa fa stringennu a cinghia, si strapazza e non si pinna,
annunca st’autru ‘nvernu non si canta missa,
genti ca sa fa ‘lliccannu a sadda,
ma ci fa truvari a tavula cunsata a cu cumanna

Sono sempre alla finestra e vedo gente sfaccendata,
stravaccata nelle panchine della piazza, spegne e accende la sigaretta,
gente che s’incontra e dice “ciao” con uno sguardo
gente che si evita e quella che si abbraccia e si bacia
Gente che tira avanti stringendo la cinta, si strapazza e non si arrende
altrimenti il prossimo inverno non si canta messa
gente che tira avanti leccandosi la sarda
ma che fa trovare la tavola apparecchiata a chi comanda.

Qui il termine sfaccinata più che gente pigra, indica gente che non ha un granchè da fare. Anche la gente sduvacata che fuma costantemente indica la gente (pigra o disoccupata) perdigiorno. Si salutano solo con sguardo, come se quando ci si vede troppo spesso il saluto diventa superfluo, indicando una città non troppo grande dove nei soliti posti ci trovi la solita gente. Altri che si vedono più di rado o con più piacere si salutano più calorosamente, segno di un legame molto forte, tipico del meridione.

Seguono due modi di dire interessanti. Il primo non si canta missa deriva da u parrino senzza sordi unni canta missa. Cioè che senza soldi neanche il prete celebra la messa. La seconda è ‘llicari a sarda, che significa che, pur essendo la sardina un piatto povero, in casi di estrema povertà o di carestia, piuttosto che mangiarla si preferisce leccarla e conservarla ripetutamente, per farla durare di più.

Qui la prima denuncia sociale, quella del divario tra ricchi e poveri che in questi ultimi anni si sta accentuando (e non solo in sicilia).

Chi ci aviti di taliari, ‘un aviti autru a cui pinsari
almeno un pocu di chiffari
“Itavinni a travagghiari” vannia ‘n vecchiu indispettitu,
“avemu u picciu arreri o vitru”.
Jù ci dicu “m’ha scusari, chista è la me casa e staju unni mi pare.

“Che ha da guardare? non ha altro a cui pensare?
almeno un po’ di da fare?
Vada a lavorare – grida un vecchio indispettito –
c’è il malocchio dietro i vetri!”
Io dico: “Mi deve scusare, ma a casa mia sto dove mi pare”

Qui, nel ritornello, uno dei vecchi bisbetici di cui sopra urla alla cantante come ad accusarla di pigrizia e di essere pettegola.

La domenica mattina dagli altoparlanti della chiesa
a vuci ‘i Patri Coppola n’antrona i casi, trasi dintra l’ossa
“piccaturi rinunciati a ddi piccati di la carni
quannu u riavulu s’affaccia rafforzatevi a mutanna”.
Quannu attagghiu di la chiesa si posteggia un machinone
scinni Saro Branchia detto Re Leone
Patri Coppola balbetta e ammogghia l’omelia cu tri paroli
picchì sua Maestà s’ha fari a comunioni

La domenica mattina dagli altoparlanti della chiesa
la voce di padre Coppola ci fa tremare le case, ci entra nelle ossa:
“Peccatori rinunciate a quei peccati della carne
quando il diavolo si mostra rinforzatevi le mutande”
d’un tratto si parcheggia vicino la chiesa un macchinone
scende Saro Branchia detto Re Leone,
padre Coppola balbetta, chiude con tre parole l’omelia
perché sua Maestà si deve fare la comunione!

La seconda critica sociale si rivolge alla chiesa, molto attenta ad entrare nel personale di ognuno imponendone la condotta sessuale, ma scarsamente attenta nei confronti del disagio sociale, forse perché accondiscendente con il potere costituito.

Ancora peggio, quando la macchina del boss locale pargheggia attagghiu (in maniera tangente) alla chiesa, il parroco, che poco prima imponeva la sua autorità entrando nelle case e nell’intimo nei cittadini, con estrema sudditanza ammogghia ( sistema la cosa in maniera precaria o arrangiata ) l’omelia per permettere al boss di fare la comunione. Sottointesa qui, non solo la convivenza di certa chiesa con la mafia, ma anche l’attaccamento contraddittorio della mafia stessa verso la religione. L’argomento è complesso e andrebbe approfondito, e vi sono esempi estremamente opposti.

Chi ci aviti di taliari, ‘un aviti autru a cui pinsari
almeno un pocu di chiffari
“Itavinni un pocu a mari”, vannia un vecchiu tintu
“accussì janca mi pariti ‘n spiddu”
Jù ci dicu “m’ha scusari,
ma picchì hati a stari ccà sutta a me casa pà ‘nsuttari”.

” Che ha da guardare? non ha altro a cui pensare?
almeno un po’ di da fare?
Se ne vada un po’ al mare – grida un vecchio malconcio e tosto –
così bianca sembra un fantasma “
Io gli dico ” Mi deve scusare,
ma perché deve stare sotto casa mia a insultare? “

Nel secondo ritornello, il significato è chiaro, tuttavia vale la pena di approfondire l’uso di alcuni vocaboli. Spiddu per esempio non appartiene a tutte le varianti del siciliano e il verbo ‘nsuttari non è necessariamente insultare ma un infastidire generico.

Sugnu sempri alla finestra e viru a ranni civiltà
ca ha statu, unni Turchi, Ebrei e Cristiani si stringeunu la manu,
tannu si pinsava ca “La diversità è ricchezza”
tempi di biddizza e di puisia, d’amuri e di saggezza
Zoccu ha statu aieri, oggi forsi ca putissi riturnari
si truvamu semi boni di chiantari
‘Nta sta terra ‘i focu e mari oggi sentu ca mi parra u cori
e dici ca li cosi stannu pì canciari

Sono sempre alla finestra e vedo la grande civiltà che c’è stata,
dove turchi, ebrei e cristiani si stringevano la mano,
allora si pensava che ‘la diversità è ricchezza’
tempi di bellezza e di poesia, d’amore e di saggezza
Quel che è stato ieri oggi forse potrebbe tornare
se troviamo i semi buoni da piantare
in questa terra di fuoco e di mare oggi sento che mi parla il cuore
e dice che le cose stanno per cambiare..

Nel finale uno sguardo d’insieme alla civiltà che è stata e alle enormi contaminazioni culturali. Un seme di speranza e di positività quasi a dire che, a differenza di come crede qualcuno, la Sicila non è come il suo idioma, dove il passato è remoto e il futuro non esiste.

Chi ci aviti di taliari ‘un aviti autru a cui pinsari,
almeno un poco di chiffari
Itavinni a ballari, ittati quattru sauti e nisciti giustu pì sbariari
Jù ci dicu “Cù piaciri, c’è qualchi danza streusa ca vuliti cunsigghiari!?

“Che ha da guardare? non ha altro a cui pensare?
almeno un po’ di da fare?
Vada a ballare, va’ a fare quattro salti ed esca giusto per svagarsi! “
Gli rispondo con piacere: ” C’è qualche danza bizzarra che mi vuole consigliare?!?”

About Q di Picche


08 Feb

Il singolo che vi presento qui è Q di picche. Lo trovo un esperimento per certi versi audace. Infatti, a livello di arrangiamento è piuttosto rock, ma il testo è molto cantautorale. L’audacia sta nel fatto che solitamente i brani Stregarock sono brevi e immediati, quando sono troppo lunghi stancano… Il genere dei cantautori invece, ha solitamente un testo più accurato e più lungo.

Il brano narra la storia di due donne vissute in epoche differenti. La prima visse nel medioevo e fu emarginata in quanto accusata di stregoneria. La seconda vive nel nostro presente ed è una prostituta (o presunta tale).

A spezzare le due storie una voce narrante (di Giulia Schietroma) descrive brevemente i due contesti.

Il testo mette in evidenza le similutidini tra le due donne. Il suo scopo, è spingere alla riflessione sul fatto che spesso condanniamo il passato senza renderci conto di ripetere l’errore nel peresente. Il tema dell’emarginazione da chi ha atteggiamenti non conformi alla propria comunità, è abbastanza chiaro.

La donna di picche rappresenta perciò una metafora. Infatti le due donne capovolte sembrano diverse a prima vista, ma poi ci si accorge che sono uguali, e che a farle sembrare diverse e solo il fatto che sono asimmetriche. Anche il seme della carta non è scelto a caso, ma ho scelto quello meno nobile.

Come in altri brani, anche in questo, mela canto e me la suono, nel senso che sono miei gli arrangiamenti e sono io a suonare gli strumenti.

Buon Ascolto.

Il Falegname, storia e curiosità…


24 Jan

Finalmente, dopo aver illustrato i brani del mio vecchio gruppo i Dustland, inizio ad illustrare i miei pezzi da solista. In particolare il brano che andrò a presentarvi mi vede particolarmente solista, in quanto sono solo io a suonare tutti gli strumeti (chitarra acustica e solista, armonica, voce e percussioni – quando si dice: io me la canto e io me la suono…).

Il singolo di cui stiamo parlando, (denominato più unico che singolo in quanto è il primo di mia pubblicazione senza un gruppo a supporto) è appunto il Falegname. Testo e Musica sono di Giovanni Torrisi.

Il Falegname

Giovanni, usava allietare le nolstre feste e ricorrenze varie con i suoi pezzi, e ogni qualvolta c’era un nuovo ospite che non li aveva ancora sentiti, gli toccava sorbirsi l’intero repertorio. I toni dei suoi brani sono a volte estremamente seri, altre volte sono ironici al limite del demenziale. Il falegname  è il pezzo che ho sempre preferito, tanto che ho deciso di curarne l’arrangiamento e inciderlo.

Si tratta di una ballata in stile deanreiano ispirata (a detta dell’autore) ad una antica storia marinara. Il testo è provocatoriamente cruento, in pieno contrasto con la dolcezza e pacatezza della musica, quasi a voler rappresentare un ossimoro musicale. Tratta di una storia di estrema miseria e disperazione, nella quale i protagonisti, pur di sopravvivere, danno luogo ad atti di inimmaginabile e macabra, durezza.

Non è un testo che ha bisogno di parafrasi, perciò non anticipo niente a chi non lo ha ancora ascoltato. Buon ascolto.

Oblivion


21 Jan

Con questo ultimo brano, si conclude il viaggio nelle canzoni dei Dustland. Purtroppo non sono ancora riuscito a farne un video per mancanza di tempo. Non è detto che non lo faccia in futuro. Anzi, è una promessa.

Tornando al pezzo, devo dire che è il brano dei Dustland che preferisco. Non è escluso che ne incida una nuova versiome riarriangiata (forse tradotta), magari più vicina al genere che suono adesso, ben l’ontano dall’heavy metal dei Dustland.

L’unica cosa che mi dispiace e non averla scritto io. Infatti, il testo e la musica sono di Michele (info sui componenti del gruppo).

Il testo, parla della solitudine di un uomo di mezza età dimenticato e depresso. Il tema è duro, ma la scelta delle parole e della ritmica, piuttosto accurata, lo rende piuttosto poetico, evocativo e malinconico.

Strade sporche

L’intro del brano è piuttosto originale per un brano heavy. L’arpeggio è molto effettato e diventa subito un riff stoppato e aggressivo. Il giro rimane uguale ma il basso che cambia in sottofondo gli da un effetto differente.

La strofa è lenta e arpeggiata, il ritornello è distorto. Il testo è piuttosto breve, infatti il pezzo è molto strumentale. C’è un cambio di tempo prima dell’inzio del solo da 4/4 a 7/8.

Consiglio vivamente l’ascolto anche a chi non è un cultore del genere.

Floating in Virgin Skies


10 Jan

E’ la quarta traccia di Downing in Decay, ed è il primo brano dei Dustland a non essere scritto da me. Infatti la musica è di Nello e il testo di Michele.

Il testo ha molto più spessore di quelli scritti da me, almeno nella scelta dei termini. E’ onirico ed evocativo e parla di un volo immaginario fatto con la mente.

A livello musicale, il brano è un pezzo power metal un po progressivo con cambi di tempo. L’intro è un incrocio di chitarre in tapping dall’effetto barocco. Il resto della canzone è un alternarsi di cavalcate e arpeggi con soli melodici e veloci.

Buon ascolto.

Cavaliere di Ventura


05 Jan

Continuiamo a illustrare i brani dei Dustland contenuti nell’unico album realizzato.

Il brano Mercenary Knight, è ispirato al fumetto italiano Brendon. Il personaggio, creato da Claudio Chiaverotti, vive in un epoca futura post-apocalittica. Per intenderci, il filone narrativo è quello che appartiene ai classici Ken Shiro e Mad Max. A differenza di questi però, oltre alla componente cyber punk, il fumetto diverte inserendo componenti fantasy che trovano alla fine una spiegazione razionale o fantasiosa ma mai scontata.

Brendon D’arkness è un personaggio vagamente ispirato al celebre film Il Corvo, interpretato da Brendon Lee. E’ un cavaliere mercenario, errante e solitario. Nonostante il suo lavoro potrebbe far pensare ad uno scarso senso etico, è mosso da forti e nobili ideali.

Brendon D'arknessIl brano è una ballad in stile Ronnie James Dio o Fade to Black dei Metallica. Intro con solo melodico, strofa arpeggiata, e ritornello distorto con chitarre armonizzate. Durante queste parti, la narrazione è in prima persona, dove il protagonista, (Brendon ovviamente), si racconta malinconicamente in momenti di riflessione, introspezione e rabbia. Nella parte finale il brano diventa più veloce e aggressivo e la narrazione si sposta in terza persona.

 

 

Chosen One


04 Jan

Proseguiamo la descrizione dell’album Downing in Decay dei Dustland. Il secondo brano è appunto Chosen One, come fa presagire il titolo si tratta di un brano dai contenuti epici, classici temi del genere Heavy Metal, che a mio avviso rappresentano la voglia/speranza/convinzione di riscatto di molti cultori del genere. Come il Rap dei ghetti, o ancora prima il Blues delle origini e in qualche modo anche il Punk, anche il Metal, essendo comunque musica impegnata, ha questa caratteristica, e rappresenta sentimenti forti. Ma di questo ne abbiamo già parlato.

Dustland

Musicalmente il brano è una cavalcata in stile For whom the bell tolls dei Metallica, con un riff vagamente blues di intro-chiusura e stacchi che separano le strofe.

Anche qui, per quanto il genere, e lo stile fossero acerbi si può leggere molto di quello che sarebbe seguito a livello compositivo e lirico. La canzone ha una ambientazione fantasy, e narra di un villaggio radunato attorno a una sorta di druido., il saggio del villaggio. A lui spetta il compito di indicare un condottiero o il suo successore, e a sorpresa di tutti si tratta di un bambino. Il villaggio non capisce la scelta e cade nella disperazione implorando al maestro di ricredersi sulla scelta. Alla fine il bambino compie un prodigio per la quale il villaggio si convince della scelta del saggio.

Come nella allegoria della caverna, il saggio rappresenta l’intellettuale che guarda oltre ciò che sembra evidente e non riesce a far capire alla massa alcune sue deduzioni, in quanto frutto di un percorso culturale che non appartiene al popolo.

Purtroppo però, nella realtà, non sempre l’illuminato riesce a dimostrare la sua tesi come accade nel brano.

Umili Liriche

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